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Il primo laboratorio “arte dell’intuito”

 

Si chiama Arte dell’Intuito il primo laboratorio che ho organizzato ed è stata un’esperienza molto bella e importante.

Volevo che per le partecipanti fosse contemporaneamente un’esperienza divertente e piacevole ma anche profonda, per trasmettere quanto un percorso di avvicinamento all’espressione visiva possa essere coinvolgente e diventare anche strumento attivo di conoscenza di se.

Avevo organizzato tutto nei minimi dettagli ma avevo consapevolmente lasciato spazio a modifiche, aggiustamenti, cambiamenti da mettere in atto durante il laboratorio a seconda dell’atmosfera che si creava e delle esigenze del gruppo. Questo spazio mentale è stato fondamentale. Si è trattato di un esperimento in cui anche io mi sono messa alla prova.

Ho distribuito I depliant in posti chiave e, piano piano le richieste sono arrivate.

Ogni persona che mi contattava era un regalo.

Quei depliant erano una specie di messaggio infilato in una bottiglia in giro per la città. I messaggi sono stati letti e le donne che hanno partecipato al mio primo laboratorio Arte dell’Intuito hanno portato tutto il loro entusiasmo e determinazione nel accogliere il mio richiamo.

Le ho guidate attraverso una serie di esercizi molto semplici e movimentati, attraverso un percorso di avvicinamento al guardare, osservare, interpretare la realtà circostante: primo passo essenziale per potersi dare all’espressione artistica.

 

il guardare

Non insegno a disegnare realisticamente una mela. Creo esperienze in cui stimolo modi diversi in cui si può osservare una mela. Sdoganate da vincoli tecnici e immerse in un atmosfera in cui l’attenzione era posta sul percorso del fare più che sul risultato le partecipanti si sono stupite, divertite, stancate, sorprese, emozionate, rivitalizzate.

Devo dire che per quel primo laboratorio avevo voluto un posto speciale, eravamo immerse nella splendida natura della Val di Zena a Bologna, si respiravano profumi freschi ed eravamo circondate da una luce splendida che ci ha accompagnate per tutta la giornata.

Alla fine è stato emozionante per me ascoltare le loro impressioni e le loro manifestazioni di apprezzamento e sostegno per il mio lavoro.

Non ho parlato di me e abbiamo avuto pochissimo tempo per conoscerci verbalmente ma è come se attraverso il laboratorio qualcosa di importante di noi ce lo siamo dette comunque.

Grazie di cuore di nuovo a tutte le donne che quel giorno hanno scelto di fare quell’esperienza con me.

 

Il significato del raccontarsi in un percorso di ricerca artistica

©Daniela Silvi "A book of nothing" 2009 - Libro/Diario Visivo


significato

Che significato può avere in un periodo difficile come questo raccontare il proprio percorso di ricerca artistica? Mi sono posta questa domanda in maniera ricorrente in questo periodo.

Quali le motivazioni? Quali le possibili implicazioni? E soprattutto come e in che modo può essere condiviso e dare qualcosa a chi mi legge

Tutto per me è nato da un bisogno di condivisione e di portare all’esterno ciò che avevo sempre mantenuto in un ambito privato.

 

le domande

Le domande che mi pongo e che mi portano a scriverne e a esplorarle sono:

  • Come si crea?
  • Come si arriva a produrre una serie di disegni, di opere?
  • Come si sviluppa un proprio linguaggio di espressione visiva? Accade per magia?
  • È solo questione di talento? Di pratica? Di idee geniali? La classica lampadina che si accende o la musa ispiratrice che compare e appunto illumina la visione?
  • Quale processo porta a un’opera finita? Qual è il ruolo degli “errori”, di ciò che si disegna e non ci piace, di una composizione sbilanciata, di una combinazione di colori che ci spaventa per la sua aggressività?
  • Come distinguiamo, se lo facciamo, un percorso di ricerca artistica creativa personale dal creare Arte?
  • Come può un avvicinamento al linguaggio visivo cambiare il modo in cui interagiamo con la realtà?

Sono tutte domande impegnative lo so, ma spesso sono domande la cui risposta è nascosta dietro al tratto di una matita, nell’impasto di un colore composto, tra gli strati di un collage istintivo.

 

il brutto,  il mediocre,  il bello

In questo spazio mi osserverò mentre “faccio”  il brutto,  il mediocre,  il bello, e a chi passerà di qui spero di trasmettere la mia passione e di condividere qualcosa di un processo creativo in atto che è, al contrario di come spesso si pensa, un processo molto vicino alla vita ed al fare.

Così scriverò della mia ricerca, dei miei interessi, di spunti, letture, creazioni e iniziative che trovo appassionanti, e racconterò anche delle resistenze interiori che si affrontano durante questa ricerca.

 

arte e creatività come strumento di conoscenza di se

Quante volte ci si ritrova a pensare “non ho talento”, “non so disegnare”, “non sono portata/o per l’arte”, perché si pensa al linguaggio artistico solo in termini di capolavori o opere d’arte, mentre il linguaggio visivo, il disegno, la pittura, le immagini, sono un linguaggio che appartiene a tutte/i e che a tutte/i può dare enormi soddisfazioni. Soprattutto è un linguaggio che è uno strumento attivo di conoscenza di se e per questo è importantissimo riportarlo alla gente e non reputarlo valido solo per musei e gallerie d’arte.

Io stessa personalmente sono passata attraverso tante fasi di relazione con la creazione artistica. La “buona forma” intesa in senso estetico ha per molto tempo esercitato una notevole influenza sulle linee che tracciavo, i colori che abbinavo, gli equilibri compositivi che sceglievo.

Per un certo periodo molto proficuo e produttivo ciò che volevo esprimere trovava un canale aperto e diretto nell’utilizzo della forma.

Da un certo periodo in poi qualcosa è gradualmente mutato in quell’equilibrio. Crescendo, maturando e prendendo consapevolezza della complessità della realtà e della vita ho iniziato a mettere in discussione tutti gli strumenti, le idee e le espressioni che fino ad ora avevo scelto.

Mi sono buttata nello studio della teoria della pratica artistica, in un mondo d’idee e pensieri nuovi e coinvolgenti che mi aprivano orizzonti e mi prospettavano nuovi modi di interagire con il presente e di analizzare il passato.

Ero nell’ambito della parola, del pensiero, della razionalità. La conseguenza naturale di questo percorso, oltre ad un’apertura di vedute, è stata anche una sorta di paralisi del fare.

 

Mettevo in discussione il perché del segno, il perché di una forma e di un colore, il significato concettuale di una composizione. Soprattutto a un certo punto la paura di sbagliare, di fare cose “brutte”, “ senza senso” o ”incoerenti” mi hanno bloccata e portata a essere molto condizionata nell’espressione creativa. Tracciare dei segni su un foglio, scegliere e applicare un colore, era diventato così difficile e impegnativo, era come se quei segni e quei colori dovessero rappresentare tutto ciò che ero e naturalmente non ero mai soddisfatta.

Così sono voluta tornare un po’ indietro, al primo anno al college d’arte a Dublino quando tutto era possibile, sbagliare era auspicabile e ciò che contava era l’esplorazione e la ricerca dei materiali, dei segni, dei modi di guardare le cose. In questo modo sono ritornata alla libertà e al divertimento, al piacere del fare.

Questo percorso mi ha portata oggi a problematizzare di meno il segno e a mettere in atto degli espedienti per andare a stanare un intuito creativo che avevo troppo razionalizzato.

In questo senso l’estrema razionalizzazione dell’intuito creativo nell’ambito del linguaggio espressivo visivo sia un concetto in cui altre si possono riconoscere. Al di là che il vostro sia un percorso di ricerca consolidata o un interesse all’esplorazione del vostro intuito creativo, credo che vi riconoscerete in quanti blocchi e quante resistenze s’incontrano.

Oggi per me la ricerca creativa e artistica è innanzitutto percorso interiore che sempre mi sorprende nel suo essere specchio delle diverse fasi di vita e che a volte addirittura è anticipatore e guida preziosa nell’ambito di periodi di cambiamento e trasformazione.

Cindy Sherman e contorno

 

Ho appena avuto una interessante conversazione con un’amica artista che vive e lavora a Londra e ci si confrontava sulle resistenze e sulle domande che entrambe ci facciamo nel cercare di portare avanti il nostro percorso.

 

Abbiamo più o meno la stessa età e abbiamo frequentato l’art college entrambe negli anni 90, io a Dublino lei a Londra. In quegli anni la tendenza prevalente nella formazione artistica era molto incentrata sulla teoria, l’analisi approfondita del contesto sociale e teorico in cui si creava e si produceva il proprio lavoro. Se per esempio nel proprio lavoro emergevano tematiche relative al ruolo della donna nella società non era sufficiente fermarsi all’espressione del proprio personale ma era obbligatorio scavare, studiare, analizzare ed immergersi nel contesto della teoria critica, dalla teoria femminista, alle teorie della psicoanalisi, alle teorie post moderniste.

 

Sopratutto era fondamentale capire il proprio lavoro e saperne parlare.

 

Il corso di laurea che ho frequentato era strutturato in una parte teorica e una parte pratica, in quella teorica si studiavano varie materie: studi di genere, studio dei mass media, estetica, storia dell’arte e del design, storia e studio del cinema, nella parte pratica si portava avanti, attraverso varie fasi e progetti, il piano di studi del dipartimento scelto (nel mio caso Comunicazione Visiva).

 

Durante un seminario teorico di studi di genere si analizzava il lavoro di Cindy Sherman, artista che proprio negli anni novanta ha creato un’insieme di opere di grande risonanza che hanno riscosso grande interesse per la relazione che queste opere avevano con gli studi di genere, le teorie sulla costruzione e decostruzione dell’identità, sullo stereotipo della femminilità come performance.

 

Durante il seminario guardammo una video intervista a Cindy Sherman in cui lei parlava del suo lavoro e del modo in cui quella serie di opere era nata. Sherman difendeva la sua posizione di artista “inconsapevole” nel momento della “creazione” delle relazioni ed implicazioni prettamente teoriche del suo lavoro. Questa sua posizione mi colpì tantissimo e mi colpì molto il fatto che la sua posizione sembrasse in quel momento così assurda.

Le domande che mi feci erano: è possibile che un’artista che produce quel tipo di opere così fortemente caratterizzate in termini di tematiche possa non essere consapevole e condizionata dal contesto teorico in cui il suo lavoro si va a collocare?

Se sì e se no, come cambia la concezione del ruolo dell’artista e dell’arte? A quei tempi nonostante adorassi il lavoro di Cindy Sherman ero piuttosto scettica sulla sia posizione. Oggi la capisco di più e mi sento più vicina a ciò che forse stava cercando di dire di se e del suo lavoro, ma le domande non finiscono mai…

… è necessario capire il proprio lavoro?

… è necessario che abbia un senso “verbale” che sia esso logico, teorico, critico?

… esiste un senso “materico” ed intrinseco di un’opera che trascende un senso verbale?

Credo che da allora la tendenza sia cambiata nell’ambito della formazione artistica. La forte emersione della manualità, del fatto a mano, dell’artigianato, credo abbia contribuito a riportare equilibrio tra significato teorico e significato materico nell’ambito della creazione artistica.

Questo credo sia positivo, più strade percorribili significano più diversità e più linguaggi da poter esplorare.

 



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