Cindy Sherman e contorno

 

Ho appena avuto una interessante conversazione con un’amica artista che vive e lavora a Londra e ci si confrontava sulle resistenze e sulle domande che entrambe ci facciamo nel cercare di portare avanti il nostro percorso.

 

Abbiamo più o meno la stessa età e abbiamo frequentato l’art college entrambe negli anni 90, io a Dublino lei a Londra. In quegli anni la tendenza prevalente nella formazione artistica era molto incentrata sulla teoria, l’analisi approfondita del contesto sociale e teorico in cui si creava e si produceva il proprio lavoro. Se per esempio nel proprio lavoro emergevano tematiche relative al ruolo della donna nella società non era sufficiente fermarsi all’espressione del proprio personale ma era obbligatorio scavare, studiare, analizzare ed immergersi nel contesto della teoria critica, dalla teoria femminista, alle teorie della psicoanalisi, alle teorie post moderniste.

 

Sopratutto era fondamentale capire il proprio lavoro e saperne parlare.

 

Il corso di laurea che ho frequentato era strutturato in una parte teorica e una parte pratica, in quella teorica si studiavano varie materie: studi di genere, studio dei mass media, estetica, storia dell’arte e del design, storia e studio del cinema, nella parte pratica si portava avanti, attraverso varie fasi e progetti, il piano di studi del dipartimento scelto (nel mio caso Comunicazione Visiva).

 

Durante un seminario teorico di studi di genere si analizzava il lavoro di Cindy Sherman, artista che proprio negli anni novanta ha creato un’insieme di opere di grande risonanza che hanno riscosso grande interesse per la relazione che queste opere avevano con gli studi di genere, le teorie sulla costruzione e decostruzione dell’identità, sullo stereotipo della femminilità come performance.

 

Durante il seminario guardammo una video intervista a Cindy Sherman in cui lei parlava del suo lavoro e del modo in cui quella serie di opere era nata. Sherman difendeva la sua posizione di artista “inconsapevole” nel momento della “creazione” delle relazioni ed implicazioni prettamente teoriche del suo lavoro. Questa sua posizione mi colpì tantissimo e mi colpì molto il fatto che la sua posizione sembrasse in quel momento così assurda.

Le domande che mi feci erano: è possibile che un’artista che produce quel tipo di opere così fortemente caratterizzate in termini di tematiche possa non essere consapevole e condizionata dal contesto teorico in cui il suo lavoro si va a collocare?

Se sì e se no, come cambia la concezione del ruolo dell’artista e dell’arte? A quei tempi nonostante adorassi il lavoro di Cindy Sherman ero piuttosto scettica sulla sia posizione. Oggi la capisco di più e mi sento più vicina a ciò che forse stava cercando di dire di se e del suo lavoro, ma le domande non finiscono mai…

… è necessario capire il proprio lavoro?

… è necessario che abbia un senso “verbale” che sia esso logico, teorico, critico?

… esiste un senso “materico” ed intrinseco di un’opera che trascende un senso verbale?

Credo che da allora la tendenza sia cambiata nell’ambito della formazione artistica. La forte emersione della manualità, del fatto a mano, dell’artigianato, credo abbia contribuito a riportare equilibrio tra significato teorico e significato materico nell’ambito della creazione artistica.

Questo credo sia positivo, più strade percorribili significano più diversità e più linguaggi da poter esplorare.